Pietro Metastasio.
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ASTREA PLACATA.
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Curatore: Bruno Brunelli.
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TRATTO DA: Tutte le opere di Pietro Metastasio. Volume 2.
1947. Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Componimento drammatico scritto da Pietro Trapassi detto Metastasio nell'anno 1739 d'ordine dell'imperator Carlo sesto ed eseguito con musica del Predieri la prima volta nella galleria dell'imperial Favorita, alla presenza de' sovrani, per festeggiare il d 28 d'agosto, giorno di nascita dell'augustissima imperatrice Elisabetta, .
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L'AUTORE.
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Pietro Metastasio (3 gennaio 1698, Roma - 12 aprile 1782, Vienna), pseudonimo di Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi,  stato un poeta, librettista, drammaturgo e presbitero italiano.  considerato il riformatore del melodramma italiano.
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INTERLOCUTORI.
GIOVE.
ASTREA.
APOLLO.
LA CLEMENZA.
IL RIGORE.
Coro di virt con Astrea.
Coro di Deit con Apollo.
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L'Azione si figura nella reggia di Giove.
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Et virgo cade madentes
 Ultima caelestum terras Astrea reliquit.
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ASTREA: Vendetta, o re de' numi!
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APOLLO: Re de' numi, piet!
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ASTREA: Gli uomini ingrati, Peggiorando ogni d, son giunti al fine Dalla terra a scacciarmi.
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APOLLO: Errano ignari; Sono infelici, e non malvagi.
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ASTREA: Ah come Io, del giusto custode, Norma d'ogni virt, soffrir potrei Che degli avi pi rei dian vita i padri Sempre a figli peggiori, e che da tutti Sian cos le mie leggi Rotte, derise e calpestate?
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APOLLO: Ah come Io, ministro maggior della natura, Io, che in eterna cura Veglio a pro de' mortali, in tal periglio Lasciar senza difesa I miseri potrei?
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ASTREA: Rammenta, o padre, Che l'offesa son io.
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APOLLO: Padre, rammenta Che il difensor io sono.
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ASTREA: Che vendetta io dimando.
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APOLLO: Ed io perdono
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ASTREA E CORO DI VIRTU': Del mondo che preme L'onor del tuo soglio, Punisci l'orgoglio,  Punisci l'error.
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APOLLO E CORO DI DEITA': Del mondo che geme Fra tanti martri, Perdona i deliri, Perdona l'error.
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ASTREA E CORO DI VIRTU': Non sembra s grande, Se Giove non tuona.
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APOLLO E CORO DI DEITA': Se Giove perdona  sempre maggior.
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GIOVE: Grande  in ver la cagione Che risveglia a tal segno D'Apollo la piet, d'Astrea lo sdegno. Risolver; ma prima La Clemenza s'ascolti, Parli il Rigor. Del trono mio son questi I pi fidi sostegni; e senza loro Grazia dal ciel non piove, Fulmine non s'accende in man di Giove.
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IL RIGORE: Si distruggano i rei. Cresce sofferta L'altrui malvagit. Di fiamma ultrice Tutta avvampi la terra.
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LA CLEMENZA: Ah no; di Giove Pi degna  la piet. Correggi e rendi I miseri felici. Il mio consiglio, Se in te, come ognor suole, oggi prevale, Via troverassi ad eseguirlo.
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IL RIGORE: E quale? Forse il castigo? Il fulminato orgoglio De' giganti flegrei, l'ondoso orrore Del secolo di Pirra Gli uomini non corresse.
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ASTREA: I benefci A renderli felici Speri forse bastanti? Ogni gran dono Contaminar sapranno, Sapran volger gli stolti in proprio danno.
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GIOVE: Non pi; della Clemenza Il consiglio mi piace. Ognun proponga D'eseguirlo una via. Tempo rimane Sempre a punir. Di mia ragion negletta Il pi tardo ministro  la Vendetta. Balenar su questa mano Spesso il folgore si mira; Ma depongo in mezzo all'ira Anche i folgori talor. Il Rigor non parla in vano; Ma pi grata a me si rende La Clemenza, che sospende I consigli del Rigor.
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APOLLO: Del benefico Giove Degno  il comando, e d'ogni nume  degna S nobil gara. Io nel proposto arringo Entro primiero, e ad ubbidir m'accingo. Padre,  ver, la tua mano, Larga a pro de' mortali, a lor concesse Tutto ci che potesse Renderli mai felici: onor, ricchezza, Forza, ingegno, bellezza, Fama, senno, valore e quanti beni L'uman desio d'immaginar s'avvisi; Ma, con pace d'Astrea, son mal divisi. Ella, che ne dovrebbe Con lance egual tutti arricchir, ne lascia L'arbitrio alla Fortuna: e questa poi Dispensa iniquamente i doni tuoi. In tanta ineguaglianza Chi contento esser pu, se vede ognuno Altri abbondar superbo Di ci ch'egli ha difetto? Invidia il forte Al debole l'ingegno, e questo a lui La potenza, il valor: guarda maligno De' figli della sorte Il povero i tesori, essi di questo O la fama o il saper. Quindi germoglia L'odio comun, quindi gl'insulti aperti, Quindi l'insidie ascose e tutti i mali
Onde miseri e rei sono i mortali. Ah si tolga alla cieca De' doni tuoi dispensatrice dea Di dividerli il peso. Astrea ne prenda Sola la cura: e indifferente a tutti Egual parte ne faccia. Allor de' falli Cesser la cagion; godr ciascuno, Giove, i tuoi benefci; E gli uomini saran giusti e felici.
Ah del mondo deponga l'impero Una volta la diva fallace; Che fin ora del mondo la pace Abbastanza l'infida turb. Per lei sola dal dritto sentiero L'alme incaute rivolsero il piede; L'innocenza, l'amore e la fede Per lei sola la terra lasci.
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ASTREA: Inutile a' mortali, anzi funesto, Apollo,  il tuo consiglio. Appunto quella Provvida ineguaglianza, onde tu credi Che nascan fra' viventi Gli odii e le risse,  il vincolo pi forte Che gli stringe fra lor. Senza di lei Niun cureria dell'altro: essa produce Lo scambievol bisogno, ed il bisogno Lo scambievole amore. Ha d'uopo il forte Del saggio che lo guidi; ha d'uopo il saggio Del forte che il difenda: entrambi han d'uopo D'altri che lor nutrisca. Indi la brama D'unirsi insieme; indi la f, la pace, L'onest, l'amicizia e l'altre tutte A conservarsi uniti Necessarie virt. L'industre ordegno Con cui l'umano ingegno, Nume del giorno, i passi tuoi misura, Tal d'uffizio e figura Cento parti ineguali in s raccoglie.
Questa l'impeto imprime, Quella il trattiene: una il misura, un'altra Il progresso ne accenna; e tutte a tutte, Saggiamente spartite, Nell'uffizio inegual servono unite.
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APOLLO: Ma in questa ineguaglianza, S giovevole a tutti, un infelice A cui l'avversa sorte Men che agli altri don, non ha ragione Se si lagna di lei?
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ASTREA: No, che infelice Pi degli altri ei non . Se meno intende  meno atto al dolor; se meno  forte,  cauto pi; se men possiede, ha meno Desideri e bisogni. Il lor compenso Han sempre i beni e i mali; E la speme e il timor li rende uguali. Lo sventurato adora La speme che l'alletta; E mentre il bene aspetta, Il mal crescendo va. Vive il felice ognora Co' suoi timori accanto; Ed avvelena intanto La sua felicit.
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GIOVE: Altro riparo, o numi, Cercar conviene. Agli ordini del Tutto La proposta eguaglianza Troppo avversa sarebbe. Ancor discordi Son fra lor gli elementi: Son fra lor differenti Ne' moti anche le sfere; e pur da questa Diversit deriva La concorde armonia, l'eterna legge Che la terra ed il ciel conserva e regge.
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LA CLEMENZA: Se pur vuoi d'ogni mal, Giove, la prima Sorgente inaridir, togli a' mortali Di se stessi l'amor. Stolti per lui, Per lui miseri son, per lui son rei: Stolti, perch non sanno,
Acciecati cos, scorgere il vero; Miseri, perch sempre Manca lor pi di quello Che credon meritar; rei, perch ognuno Quanto agli altri concedi Stima usurpato a s. Perci delira Tumido l quel folle, e in s non vede Ci che in altri condanna; ama se stesso Senza rivale; a suo vantaggio ognora
Del proprio merto e dell'altrui decide: E, degno egli di riso, ognun deride.
Perci querulo un altro, Credendo a s tutto dovuto, accusa Il mondo e la natura, Che ingiustamente a danno suo congiura. Perci v' chi maligno Rode la fama altrui, chi tesse inganni, Chi violenze adopra, e purch giunga Al proposto suo fine, Fabbriche innalza in su l'altrui ruine. Questa, o Giove, recidi D'ogni error produttrice Pestifera radice; o non lagnarti Se, qual fu fin ad ora, Malvagio  il mondo, e se ogni d peggiora Questa dell'alme  sola La cieca scorta infida, Che a naufragar le guida, Che delirar le fa.
Questa il riposo invola, Questa i pensier confonde, Questa a' pi saggi asconde L'oppressa verit.
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GIOVE: L'amor, che tu detesti, Quando ragion lo guidi Il primo fonte  d'ogni onesta brama. Chi se stesso non ama, Altri amar non pu mai. Dal proprio nasce L'amor d'altrui. Quell'inquieto affetto Ch'ei risveglia in un'alma, Non resta in lei, ma si propaga, e passa Alla prole, a' congiunti, Agli amici, alla patria; e i moti suoi Tanto allargar procaccia, Che tutta al fin l'umana specie abbraccia. Tal, se in placido lago Cade un sasso talor, forma cadendo Un giro intorno a s; ma da quel giro Nasce un secondo, altri da questo, e sempre  l'ultimo il maggiore: il moto impresso Ognor pi si dilata, ognor si scosta Dal centro onde part, fin che quell'onda Tutta co' giri suoi muove e circonda. Non v' nobile amore, Qualunque sia, che una bell'alma adorni, Che dal proprio non parta e a lui non torni Nella patria che difende Quel guerrier con suo periglio, Ama i lauri che n'attende Per merc del suo valor. In quel padre ama quel figlio il suo ben, che trova in esso; Ama parte di se stesso In quel figlio il genitor.
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IL RIGORE: Se gli uomini non vuoi, le loro, o Giove, Tiranne passioni Tutte distruggi almen; gli sdegni insani, La stolida superbia, L'odio, l'amor, la cupidigia, e mille Altri affetti diversi Per cui miseri sono e son perversi. I procellosi venti Son questi, o di, che dell'umana vita Tutto infestano il mar: l'empie son queste Sediziose schiere, ond' per tutto Disordine e tumulto. Un porto ormai, Un asilo sicuro Da lor non v', che il tribunal d'Astrea, Le scuole di Minerva, Le palestre di Marte, i tempii vostri Giungono a profanar. Queste la destra Armano a' parricidi Di scellerato acciaro; i succhi espressi Dalle infami cicute insegnan queste Ad apprestar: da queste furie invasi, Sempre intenti i mortali all'altrui danno, Mai sincera fra lor pace non hanno. N solo un contro l'altro San quest'empie irritar: d'ogni alma sola Si contrastan l'impero, in cento parti Lacerandola a gara; onde per loro Ciascun che nasce in terra
Con gli altri  sempre e con se stesso in guerra. Fra l'ire pi funeste Chi trover mai pace? In seno alle tempeste Chi calma trover? Se un'alma in s non vede Tranquillit verace; Se in vano altrui la chiede, Dove la cercher?
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APOLLO: Ma se gli affetti umani Tutti, o Giove, distruggi, Dov' pi l'uom? Dall'insensate piante Chi lo distinguer? Venti inquieti Son nel mar della vita Gli affetti, anch'io lo so; ma senza venti Non si naviga in mar. Son schiere audaci Facili a ribellar; ma senza schiere Combatter non si pu. Spingono quelli E in porto, e a naufragar: producon queste E tumulti e trofei: tutto dipende Dal nocchier che prudente, Dal capitan che saggio Usi l'impeto loro a suo vantaggio; Perch l'impeto istesso, Che sciolto  reo, se la ragion lo regge Virtuoso si rende; il genio avaro Provvidenza esser pu, decoro il fasto, Modestia la vilt, zelo lo sdegno; Fin l'invido livore Bella pu farsi emulazion d'onore. Della ragion vassalli A servir destinati Nascon gli affetti; e fin che servi sono, Non v' chi lor condanni: Chi li lascia regnar, li fa tiranni. Se fra gli argini  ristretto, Fido serve il fiume ancora Al bisogno ed al diletto Della greggia e del pastor. Ma se poi non trova sponda, Licenzioso i campi inonda, E l'istesso opprime allora Negligente agricoltor.
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IL RIGORE: Dunque via che i mortali Giusti renda e felici, Giove, non v'. Vili il castigo, audaci Il perdono li fa. Soli non ponno, Non san vivere uniti. La copia li corrompe, La miseria gli opprime. In lor diviene Stolida l'ignoranza, Temerario il saper. Senza gli affetti Eguali a' tronchi, e con gli affetti sono Somiglianti alle fiere: ogni riparo Spinge gli stolti ad un eccesso opposto. Ah questo reo composto Di qualit si repugnanti al fine Distruggi, o re de' numi! Assai fin ora Costan gl'ingrati al tuo paterno affetto: Abbian le cure tue pi degno oggetto. Al fin ti provino Sdegnato e giudice Quei che disprezzano La tua piet. O gli empi in cenere Riduca il fulmine, O un vano strepito Si creder.
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ASTREA: S, Giove, odi il consiglio Del sever Rigor.
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APOLLO: No, padre; ascolta La benigna Clemenza.
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ASTREA: Ah non rimanga Invendicata Astrea!
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APOLLO: Non sian deluse Le mie cure, i miei voti e la mia speme. astrea e coro di virt Del mondo che preme L'onor del tuo soglio, Punisci l'orgoglio, Punisci l'error.
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APOLLO E CORO DI DEITA': Del mondo che geme Fra tanti martiri, Perdona i deliri, Perdona l'error. astrea e coro di virt Non sembra s grande, Se Giove non tuona. apollo e coro di deit Se Giove perdona  sempre maggior.

GIOVE:  ver: rassembra, o numi, Impossibile impresa Corregger l'uom, farlo contento; e pure Non  cosi. Tanta discordia e tanti Opposti eccessi  la Virt capace, La Virt sola, a ricomporre in pace. Ella sa che la Sorte Non  cieca, n dea, ma esecutrice Di maggior nume; e a tollerare insegna Le ineguaglianze sue, che ordini sono Onde il mondo si regge: ella dilata
Il proprio amor, che altrui La natura comparte Sino a quel Tutto onde ciascuno  parte; Ella rende gli affetti Servi e ministri alla ragion soggetti.
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IL RIGORE: Avr pochi seguaci La rigida Virt. S'affolla il mondo Tutto appresso al piacer.
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LA CLEMENZA: Forse  nemica Del piacer la Virt; ma fuor di lei Dove mai si ritrova Un sincero piacer che sia costante, Non passaggier, che non involi all'alma La sua tranquillit, che non produca N rimorsi n affanni, Che dia quanto promette, e non inganni? Ah ci che altronde viene  dolor mascherato; e chi si fida Alla mentita faccia, Corre al diletto e la miseria abbraccia. Nella face che risplende Crede accolto ogni diletto, Ed anela il fanciulletto A quel tremulo splendor. Ma se poi la man vi stende, A ritrarla  pronto in vano; Che fuggendo allor la mano Porta seco il suo dolor.

ASTREA: S, la Virt potrebbe Corregger l'uom: l'unica fonte e pura E del piacer; ma che perci? Nessuno, S'ella tornasse in terra, Distinguerla saprebbe.
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LA CLEMENZA: E con chi mai Confonder si potria?
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ASTREA: Co' vizi istessi, Nemici suoi.
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APOLLO: Dubiti troppo.
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ASTREA: Udite Se dubito a ragion. Quando dal mondo Fur le virt costrette Meco a tornar su le celesti soglie, Fuggir di terra e vi lasciar le spoglie. Subito i vizi rei Si coperser di quelle: atti e sembianti Appresero a mentir; n da quel giorno Vizio pi si ritrova orrido tanto Che di qualche virt non abbia il manto. Or da quel di la Frode, Che sincera amicizia in volto spira, Ferisce occulta, e poi la man ritira: Or l'Invidia maligna, Fin da quel d con la Piet confusa, Tutti compiange, e compiangendo accusa. D'allor fu che prudenza Il timor si chiam; che la vendetta Parve zelo d'onor; che del coraggio Il temerario ardir le lodi ottenne; E che valor la crudelt divenne. E spererete ancora Che distinguer si possa Dal vizio la Virt? Ma, numi, e come, Se comune  fra lor la veste e il nome? Delude fallace L'incaute pupille Lo scoglio che giace Fra l'onde tranquille, La serpe che ascosa Tra' fiori si sta. Chi lento riposa, N rischio comprende, S mal si difende Che vinto si d.
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GIOVE: Ma se giungesse il mondo Quest'inganno a scoprir, se distinguesse La verace Virt, giusto e felice Divenir non potrebbe? Astrea placata Non fora allor?
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ASTREA: S; ma l'impresa  dura.
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GIOVE: Dunque plcati, Astrea: questa  mia cura. Oggi dal sen degli astri un'alma grande Ad informar la pi leggiadra spoglia Far che scenda. Un luminoso esempio D'ogni virt pi bella
Questa sar. Dal pi sublime soglio Splender della terra Per norma de' mortali; e in faccia a lei Ogni virt fallace Languir, come suole Languir torbida face in faccia al sole.
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ASTREA: L'onor della sua cuna Qual patria avr?
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APOLLO: Qual glorioso nome Orner s gran giorno in nuova guisa?
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GIOVE: La patria  il suol germano; il nome Elisa.
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LA CLEMENZA: Oh patria!
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IL RIGORE: Oh nome!
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ASTREA: Oh lieto giorno!
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APOLLO: Irata, Astrea, pi non mi sembri.
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ASTREA: A tanta speme Qual ira  che resista? Eccomi in trono; Torna il mio regno. Ah perch mai s lento Sospendi, o dio del giorno, il gran momento! Ah che fa la pigra Aurora! Ah perch sul Gange ancora Non comincia a rosseggiar!
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APOLLO: Gi spunt la bella Aurora, Gi del ciel le strade infiora, Gi comincia a rosseggiar.
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ASTREA ed APOLLO: Tutto annunzia al d che torna Il momento fortunato.
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APOLLO: L'aria splende, il ciel s'adorna.
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ASTREA: Cangia spoglie il colle, il prato.
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ASTREA ed APOLLO: E lusinga un lieve fiato L'onde placide del mar.
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GIOVE: Non pi: gi s'avvicina L'atteso istante. Il mio voler secondi Concorde il Ciel. Da questo giorno un nuovo Fortunato incominci ordin di giorni; E ad abitar ritorni Da' numi accompagnata Su la terra felice Astrea placata. tutti L'augusta Elisa al trono Dall'astro suo discenda, E luminosa renda Questa novella et. Gelosi un s gran dono Conservino gli di, E adori il mondo in lei La sua felicit.
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FINE.